Stavo, come ogni sera, osservando affascinato l’affancendarsi della mia volpina di Gmail nel suo angoletto di paradiso molto giappo-coreano-cinese: ora è arrampicata su una scala, ed accende con un lungo fiammifero una di quelle lampade rosse di carta di forma sferica, che avrete sicuramente visto in quei panorami tipicamente orientali o anche appesi agli angoli della strada nei pressi di un ristorante cinese.
E tutto questo, il particolare e il quadretto idilliaco in se, mi hanno fatto tornare alla mente ciò che ho fatto stamattina appena sveglio, nel mio solito cazzeggio mattutino su facebook prima di cominciare a studiare: ho visitato il blog di Venusia, una mia amica che ora vive in Madagascar. A dire la verità l’ho scoperto proprio stamattina, leggendo il blog, ma non mi stupisce il fatto che sia in Madagascar, dato che ho visto di lei foto da ogni dove – invidiandola infinitamente, per altro. La cosa che mi ha stupito è la descizione che è trasudata del Madagascar dai vari post con annesse foto: un angolo di paradiso, ma anche una vita totalmente diversa dalla nostra, dalla mia, e anche da quella che forse ho sempre immaginato come mia futura.
Vivere in un posto dove forse (sicuro) non hai la flat a casa o il motorino o la metro fuori, dove non c’è una corsa sfrenata all’ostentazione, al consumismo e alla politicizzazione di ogni cosa, dove ti svegli la mattina e vedi l’Africa, l’africa del verde e dei parchi naturali, dell’oceano limpido e terso, e dei frutti dai mille colori, dove ti sveglie ti accorgi che la mattina di natale non è Natale perchè non ci sono addobbi e perchè nessuno i giorni prima stressava il prossimo per la corsa ai regali “dell’ultimo minuto”. Un posto dove si comprano due tranci di tonno fresco per 80 centesimi o si fa la spesa per pranzo e cena con due ero al massimo, e dove tornato a casa non senti la necessità di accendere la tv o il pc, forse perchè non li hai o forse perchè senti che sarebbero inutili. Un posto dove tu sei il diverso e ti devi integrare, e sei tu che devi scoprire ogni cosa.
Forse non ho mai immaginato la mia vita così, ma una cosa certa è che il mio affanno nel fare ogni cosa è essenzialmente motivato dal fatto che in fondo, come tutti, cerco il mio spicchio di pacata felicità. Ma a volte ho l’impressione di aver perso di vista il vero valore delle cose, di aver cercato a lungo di ottenere con metodi difficili pesanti e snaturanti qualcosa che forse si può ottenere con meno di ciò che tenta di realizzare.
E se il nostro castello di bisogni fosse solo una costruzione, inutile ed effimera? A che cosa serve essere così come crediamo di dover diventare, se non all’appagare la nostra stessa incessante e difficile ricerca della tranquillità? Tutto, riflettendo su questo, diventa fragile e senza senso, anche la mia forsennata chiusa di studio per l’esame di martedì.
Ahimè, e dico davvero ahimè, devo ancora essere razionale in questo caso, ma razionale nei limiti della ragione definita dal nostro castello di bisogni.